La deflazione – definizione ed esempio giapponese-

La deflazione

La deflazione è uno dei maggior pericoli del sistema capitalista perché difficilmente è risolvibile attraverso politiche monetarie adottate dalle Banche centrali. Al contrario l’inflazione è un fenomeno economico assai grave, ma molto più controllabile dai governatori delle Banche centrali. In secondo luogo, per un’economia capitalista è molto più semplice entrare in una spirale deflattiva, adottando ad esempio una netta riduzione della spesa pubblica e tassi di interesse nominali elevati, piuttosto che uscire da una depressione attraverso lo stimolo dell’economia.

Come già accennato la deflazione non può essere superata con soluzioni puramente monetarie e ciò è dimostrato dal caso giapponese dei primi anni Novanta. Infatti, nonostante la Banca centrale giapponese avesse tagliato quasi a zero il tasso di interesse nominale (il cosiddetto costo del denaro) e il governo giapponese si era impegnato in un imponente programma di opere pubbliche, immettendo così fiumi di liquidità nell’economia, i prezzi continuavano a scendere in quanto i giapponesi, oltre ad avere un elevato tasso di risparmio (e quindi un basso tasso di consumo), aspettavano a compiere i propri acquisti, essendo consapevoli che nei mesi a venire i beni desiderati sicuramente scendevano di prezzo. Si aspettavano che i prezzi continuassero a scendere a causa della scarsità della domanda interna, causata dai loro comportamenti di consumo. Con questo esempio, si vuole porre l’attenzione su quanto sia importante il fattore psicologico nel successo od insuccesso di una manovra economica che non può soggiacere solo a modelli e calcoli matematici. In questo caso l’immissione di quantità enormi di denaro nell’economia non è stata efficace, perché non si è tenuto conto dei comportamenti tipici dei giapponesi in ambito economico. L’inefficacia delle manovre giapponesi, volte ad incentivare investimenti privati e consumo, è stata paragonata a tentare di pushing on string (spingere il capo di una corda).

Il fenomeno della deflazione generalmente viene contraddistinto con deflazione da debito perché solitamente si sviluppa una diminuzione del livello dei prezzi in seguito allo scoppio di una bolla speculativa in cui il ruolo del denaro preso a prestito è fondamentale. Il primo caso di deflazione da debito si è verificato con il crollo di Wall Street nel 1929. I grandi economisti dell’epoca suggerirono di aumentare i tassi di interesse per preservare il valore del denaro garantendo i risparmi. Keynes, invece, sosteneva tenacemente di abbassare i tassi di interesse in modo da facilitare il credito monetario per la spesa privata in consumi ed investimenti. La manovra economica portata avanti da Keynes era sicuramente la più adatta per uscire da una recessione, ma non era perfetta perché non considerava le aspettative degli agenti economici, la cui importanza è dimostrata dal periodo di stagnazione del Giappone descritto poco sopra.

 

Il caso giapponese nei dettagli.

La bolla speculativa giapponese degli anni Ottanta e il lungo periodo di deflazione

Gli anni Ottanta per l’economia giapponese furono anni di crescita economica e di prosperità per tutto il settore industriale nipponico, grazie alle ingenti esportazioni in tutto il mondo, ma soprattutto in Occidente. Alla fine del decennio, l’economia giapponese non era in grado di assorbire l’ingente ricchezza generata, in quanto risultava impossibile espandere ancora la produzione. Allora i profitti delle imprese nipponiche, derivanti dal commercio internazionale, vennero impiegati nell’acquisto di titoli e azioni ma anche terreni proprietà immobiliari e commerciali, causando una rapida inflazione di queste risorse. L’aumento dei prezzi determinò un’ondata di richieste di prestiti bancari per finanziarie attività speculative che scommettevano su ulteriori aumenti di prezzi futuri. L’indice Nikkei toccò il suo massimo a quota 38 915 nel 1989 (era partito da quota 13 000 nel 1985), inoltre i prezzi degli immobili erano aumentati del 22 % annuo. L’economista Van Rixtel in Informality  and Monetary Policy in Japan ha stimato che il valore degli immobili dell’intera area metropolitana di Tokyo aveva superato quello degli interi Stati Uniti. Era in atto una vera e propria bolla speculativa. Oltre a tutto ciò, a causa degli stretti legami tra i privati e le autorità monetarie giapponesi, vi fu un atteggiamento di tolleranza da parte della Banca centrale Giapponese per tutto il periodo considerato, un comportamento che ampliò ancor di più la bolla speculativa. Durante quel periodo le banche erogarono prestiti con estrema facilità per un valore complessivo pari al 300 % del Pil.

Nel 1989 le indulgenti autorità monetarie si mossero per combattere le attività speculative in atto, aumentando i tassi di interesse, una manovra che fece scoppiare la bolla speculativa, portando  il Giappone in un periodo di lunga stagnazione. Entrando nel dettaglio, l’aumento dei tassi di interesse da parte della Banca centrale Giapponese, determinò una massiccia vendita delle attività speculative per finanziare l’aumento del costo del denaro, causando una spirale di accelerazione discendente dei prezzi. Il mercato finanziario nipponico crollò assieme a quello immobiliare. Il contagio fu istantaneo per l’economia reale, infatti a causa dell’eccesivo debito a cui tutta l’economia nipponica era esposta, venne deciso di tagliare le spese provocando la contrazione dei consumi e degli investimenti, in una parola: la stagnazione.

Gli effetti della stagnazione giapponese, il cui shock deflazionistico è ancora oggi uno dei più importanti e più studiati della storia ( gli economisti si chiedono come possa un paese, la cui economia è prospera, non incorrere in una crisi speculativa, mantenendo il proprio livello di benessere), perdurano per tutti gli anni Novanta. Per uscire dalla recessione la Banca centrale Giapponese ha garantito due decenni di tassi di interesse prossimi allo zero, nonostante questo l’economia giapponese non è ripartita come ci si aspettava.

Gli economisti si trovano in disaccordo sulle origini del periodo sorprendentemente lungo di discesa dei prezzi in Giappone. La tesi che ha ottenuto i maggiori consensi, ritrova le cause della deflazione giapponese nelle particolarità della società giapponese.

Un’economia, infatti, è in grado di uscire da una stagnazione solo se gli imprenditori e i consumatori sono disposti ad assumersi nuovi debiti per finanziare la produzione e il consumo. Se permane la situazione di “eccesso di debito”, i debitori utilizzeranno i propri redditi per ripagare i debiti e non, quindi, per nuova produzione e consumo. Ogni debito comporta anche un rischio creditizio che non consente al debitore di ottenere nuovi prestiti. E’ evidente il circolo vizioso che viene a crearsi in un contesto di deflazione da debito. Uno dei modi per uscire dallo stallo è quello di stornare i debiti, un meccanismo che consente alle banche di togliere dal bilancio i prestiti infruttuosi, avendo così la possibilità di concedere nuovo credito all’economia, mentre le imprese fallite escono dal mercato.

Quanto detto è utile per approfondire le cause del lungo periodo di deflazione che ha colpito il Giappone. La struttura economica giapponese è formata da sei grandi raggruppamenti di imprese (keiretsu) che detengono il potere economico nel paese (un sistema monopolistico). Le imprese associate sono collegate tra loro da partecipazioni incrociate e dal comune indebitamento alla banca principale dello specifico keiretsu. In un contesto cosiffatto, lo storno dei debiti avrebbe precluso l’accesso alle banche per le società insolventi causandone il fallimento con il risultato di indebolire uno keiretsu rispetto ad un altro. Le conseguenze di un sistema del genere sono manifeste: recessione e crescita lenta. In particolare la quantità di debiti non corrisposti era  rilevante, ed è questo un altro dei motivi della crescita lenta giapponese.

Se si esclude dalla nostra analisi la deflazione che ha colpito il Giappone (un unicum per le sue caratteristiche), bisogna osservare che dagli anni Ottanta in poi non si sono verificati casi di deflazione, perlomeno eclatanti, nelle democrazie occidentali, soprattutto grazie alle politiche assennate delle Banche centrali, il cui compito ancora oggi è garantire un livello dei prezzi stabile: generalmente una moderata inflazione.