L’inflazione

l'inflazione

Gli economisti si dividono sul significato dell’inflazione

Gli economisti si trovano in disaccordo su quale sia, precisamente, un livello di inflazione accettabile, che non causi distorsioni nel sistema economico capitalista. Molti studiosi sostengono che un moderato incremento dei prezzi sia il segno di una economia in crescita e quindi in buona salute; asserendo che il problema più grande sia la deflazione, un segnale dell’insorgenza di una recessione (o stagnazione). Tuttavia, l’inflazione è uno dei più grandi problemi del capitalismo, per questo ci accingeremo a spiegare i motivi della sua pericolosità per il nostro sistema economico. In primo luogo un aumento notevole del livello dei prezzi, oggi, oppure aspettative future di una notevole inflazione, sono fenomeni che rendono difficile il calcolo razionale del capitale da parte delle imprese, creando un’atmosfera di incertezza che inibisce l’impresa capitalista.  Oltre alle difficoltà di calcolo l’inflazione ha dei veri e propri effetti distributivi a vantaggio dei debitori e a discapito dei creditori.

Infatti il valore di un debito viene eroso dall’inflazione a causa del pagamento degli interessi sul valore nominale originario anche se nel tempo il valore reale del bene è aumentato. Dal punto di vista dei creditori l’inflazione intacca i rendimenti reali delle attività finanziarie a tasso fisso (i titoli). E’ possibile che l’inflazione sia troppo elevata da non permettere un rendimento reale positivo di un titolo. Per ovviare a questa situazione, le banche centrali rispondono solitamente alzando i tassi di interesse nominale (tasso di interesse reale = tassa di interesse nominale – inflazione). Tuttavia se l’inflazione è notevole, i tassi di interesse nominali, data l’equazione scritta sopra, dovrebbero aumentare di molto, ma quello per i possessori di debito è un grave danno, perché aumentando i tassi di interesse nominali quasi inevitabilmente risulteranno insolventi. Riassumendo l’inflazione può mettere in  crisi il meccanismo di credito monetario su cui si fonda il sistema capitalista a causa dell’impossibilità di garantire un profitto effettivo agli investitori, in secondo luogo l’inflazione può generare una deflazione da debito causata dalle molte insolvenze.

 

Equità e cause dell’inflazione

La stabilità del livello dei prezzi indica un equilibrio nel sistema economico, ma non necessariamente l’equità. A volte, nella storia, si è raggiunta questa condizione di equilibro con gravi tensioni sociali che hanno innescato rivolte e periodi difficili per i paesi: si pensi al caso inglese con Margaret Thatcher. Gli economisti hanno individuato due cause possibili dell’inflazione, la prima generata da uno shock dal lato dell’offerta, la seconda da uno shock dal lato della domanda. Nel primo caso un aumento sensibile dei prezzi è causato da un incremento dei prezzi delle materie prime e delle fonti di energia, che generano a catena una crescita dei prezzi di tutto il sistema economico. Il più grande esempio che si può citare è l’incremento dei prezzi del petrolio, imposto dall’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) all’inizio degli anni Settanta, per cause politiche inerenti alle guerre israelo-palestinesi. Oggi il più grande pericolo è l’incremento dei prezzi dei generi alimentari. Gli shock dal lato dell’offerta, solitamente, non sono generati dall’improvvisa scarsità delle materie prime, ma piuttosto dal potere politico e potere di mercato delle imprese e dei sindacati che possono far aumentare il costo del lavoro richiedendo salari più elevati.

Uno shock dal lato della domanda, invece, è relativo ad un incremento della spesa (generalmente in tempi di guerra). Un tale aumento improvviso della domanda, finanziata a debito pubblico, crea un aumento generale dei prezzi, perché ogni agente economico cerca di massimizzare il proprio profitto, essendo consapevole che la richiesta di beni è elevata.

 

L’inflazione e la crisi dello stato politico

Nella storia si sono susseguiti alcuni casi di iperinflazione, che hanno generato gravi crisi politiche. Ad esempio si può citare il caso tedesco degli anni Trenta, le cui tensioni furono, anche, una delle cause dell’ascesa del nazionalsocialismo. Più vicini ai nostri giorni possiamo annoverare il caso russo del 1991, ma anche le vicende di diversi paesi dell’America latina nella seconda metà del XX secolo. Il fenomeno dell’iperinflazione solitamente determina una crisi valutaria, generando una perdita di fiducia nella moneta stessa, che per questo viene spesa il più in fretta possibile. Generalmente, per la ricostruzione di un sistema economico efficiente, si mette in atto uno stravolgimento a livello politico, che risiede principalmente nel creare una nuova moneta accettata dalla comunità. A questo punto la ricostruzione di un sistema economico funzionante è data da una negoziazione e  da un nuovo accordo tra tutti i gruppi economici, i cui debiti solitamente vengono cancellati con l’istaurarsi delle nuova unità di conto.

Dall’avvento del sistema capitalista, in modo sorprendente, si rilevano solo pochi casi di iperinflazione, se non si considerano le crisi politiche e le crisi di stato. Persino il periodo della rivoluzione è caratterizzato  per un livello stabile dei prezzi. Al contrario il XX secolo fu l’epoca più problematica dal nostro punto di vista, perché contrassegnata da periodi di inflazione elevata, a causa di spostamenti nei gruppi di potere del sistema economico. Infatti il duro confronto tra capitale e lavoro portò allo sviluppo dello stato sociale moderno, i cui obiettivi sono definibili in due concetti: la piena occupazione e il benessere sociale. Tuttavia una diminuzione della disoccupazione, determinò un rafforzamento dei sindacati, oramai in grado di richiedere per i lavoratori salari più elevati. Il costo del lavoro divenne più alto per le imprese monopoliste, che furono in grado di scaricare il tutto sui beni, aumentandone i prezzi. Si può dire oggettivamente che la creazione dello stato sociale abbia contribuito ad un aumento considerevole della spesa pubblica e quindi del debito pubblico, fornendo la base per un aumento del credito monetario e quindi dei livelli di inflazione.

 

La crisi del capitalismo nel periodo tra le due guerre.

Il sistema capitalista mostrò il suo primo insuccesso sistemico nel periodo tra le due guerre mondiali, aggravando le tensioni sociali e i conflitti tra le diverse classi. Uno dei più grandi problemi di quel periodo era la disoccupazione a cui il sistema del libero mercato e della finanza mondiale, così come era strutturato, non riuscì a far fronte. Al contrario i regimi totalitari, comunisti e fascisti, ottennero da questo punto di vista economico un successo, garantendo il lavoro ai propri cittadini. In tale contesto Keynes sviluppò la propria teoria del “moltiplicatore monetario” (spiegata in un articolo interamente dedicato) che presupponeva un maggior intervento nell’economia, contrastando l’ortodossia economica del pareggio di bilancio. La teoria keynesiana venne accettata solo dopo la seconda Guerra mondiale per due motivi:

– durante la guerra i capitali non potevano circolare liberamente a causa dei conflitti tra paesi e quindi era possibile attuare la politica monetaria.

– la piena occupazione attuata dai grandi regimi aveva rafforzato i lavoratori che avevano un maggiore potere contrattuale.

Alla fine della seconda Guerra mondiale vennero firmati gli accordi di Bretton Woods ( per i particolari è stato scritto un articolo interamente dedicato) la cui priorità era garantire il libero commercio e la crescita dei paesi aderenti. Keynes era fortemente convinto che, con la possibilità di utilizzare la politica monetaria (ogni stato poteva controllare l’offerta di moneta stabilendo il costo del denaro -tasso di interesse-) ci si poteva avvicinare all’obiettivo della piena occupazione. Tuttavia, per fare ciò, bisognava evitare la “caccia dei rendimenti” da parte dei possessori di capitale, altrimenti ogni politica monetaria sarebbe stata inibita. Perciò negli accordi di Bretton Woods venne stabilita la restrizione sulla mobilità dei capitali. Quanto detto si rende utile per dire che, in mancanza di mobilità dei capitali, ogni stato è libero di attuare le proprie politiche monetarie e fiscali, senza preoccuparsi eccessivamente sulle conseguenze inflazionistiche di tali manovre. Keynes, a tale proposito scriveva così: “Ci saranno sempre persone che costantemente si spaventano perché a un certo momento le tendenze politiche di sinistra sembrano più forti in un paese piuttosto che in un altro (…). L’intera gestione dell’economia interna dipende dalla libertà di avere tassi di interesse adeguati, senza riguardo a quelli in vigore in altre parti del mondo (…). Il controllo dei capitali è un corollario di questo”.

L’intero sistema stabilito a Bretton Woods veniva criticato dalla teoria economica ortodossa, perché stabiliva il libero commercio senza la libera circolazione dei capitali. Il tutto era stato compiuto per evitare le fluttuazioni dei tassi di cambio e quindi le fluttuazioni dei prezzi che erano influenti sulle quantità esportate ed importate. In un sistema cosiffatto il capitale monetario non era più il “quartier generale” del capitalismo, piuttosto era il capitale produttivo ad avere il ruolo preminente nel sistema capitalista.

Gli accordi di Bretton Woods garantirono un venticinquennio  di prosperità e benessere sociale, caratterizzato dalla presenza di imprese monopolistiche in cui i lavoratori erano in grado di contrattare i salari. Riguardo al Pil aumentò l’incidenza del capitale produttivo a svantaggio del capitale monetario a cui venivano garantiti tassi di interesse reali positivi. Nel corso degli anni i tre fattori : lavoro, capitale monetario e capitale produttivo acquisirono potere nei confronti dello stato. L’obiettivo della piena occupazione non permetteva allo stato di far fallire le imprese monopolistiche più grandi per evitare gravi conseguenze politiche. Inoltre i lavoratori, a causa della bassa disoccupazione, avevano acquisito un grande potere contrattuale. Il tutto causò una elevata inflazione che toccò massimi storici e indusse i governi a trovare una soluzione.  All’inizio degli anni Settanta l’inflazione nelle democrazie occidentali era notevole tanto che gli Stati Uniti presentavano un tasso del 15% mentre la Gran Bretagna superava il 25%. I governi non potevano alzare i tassi di interesse nominale, per compensare il deprezzamento del denaro e garantire un tasso di interesse nominale positivo per i finanzieri a causa del circolo di fallimenti che si sarebbe creato per coloro che avevano preso a prestito il denaro. In questo contesto avvenne la cosiddetta vendetta dei renditieri , così chiamata da Smithin in The revenge of the Rentier and the Threat to Prosperity.

Il capitale monetario e finanziario ridivenne il “quartier generale” del capitalismo grazie alle politiche adottate da Regan negli Stati Uniti e dalla Thatcher in Gran Bretagna. In tali politiche si poneva l’attenzione sul ritorno ai principi della moneta reale dando origine al monetarismo che si contraddistingueva per il suo obiettivo: indebolire le associazioni sindacali per frenare la spirale inflazionistica costi-salari. Si ritornava così all’ortodossia monetaria e ad un sistema economico puramente di libero mercato, limitando l’intervento a sostegno delle classi più disagiate. In questo senso Ronald Regan abolì le leggi stabilite dal New Deal che aveva fissato limitazioni ai tassi di interesse per incentivare prestiti per la produzione e per il consumo. Ancor di più il simbolo del monetarismo è rappresentato dalla figura di Margaret Thatcher con le sue politiche volte ad indebolire i sindacati di alcune categorie di lavoratori tra le quali minatori, metalmeccanici e stampatori tra il 1984 e 1985. Il risultato delle manovre messe in atto fu una ridefinizione dei poteri, nel sistema economico, a favore dei finanzieri e di coloro che percepivano delle rendite, a svantaggio però dei lavoratori. Negli anni Novanta gli Usa presentavano, infatti, tassi di interesse reali crescenti e salari in diminuzione: le manovre attuate erano state efficaci. Sempre negli Stati Uniti gli utili societari dei finanziatori crebbe dal 20-30% degli anni ’50 al 60-70% di inizio anni ’90 grazie al contenimento dei costi del lavoro.

In tutti i sistemi capitalisti si può dire che l’inflazione sia diminuita dagli anni Ottanta grazie alle politiche attuate dai governi, in particolare le politiche monetarie adottate dalle banche centrali che prefissano i livelli di inflazione accettabili. Le aspettative sui tassi di interesse, che possono essere influenzate dai governatori delle Banche centrali, permettono di essere ottimisti sull’efficacia nel controllo dell’inflazione da parte delle istituzioni del sistema capitalista. Bisogna dire però che gli attuali bassi livelli di inflazione sono dovuti anche alla globalizzazione e alla espansione dei mercati, fenomeno cha ha determinato una elevata competizione tra le imprese, generando un livellamento dei prezzi. Le politiche monetarie sono risultate efficaci nei periodi economici standard, privi di shock economici rilevanti di natura politica o sociale, al contrario di come avvenne negli anni Settanta con il cartello dell’Opec. Tali shock sono imprevedibili e per questo le economie capitaliste non presentano gli strumenti di difesa adeguati per contrastarli.